Isole (Digital Art) D. Rebecchi
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Psico

















Psicoecologia

Salute mentale, Downshifting e decrescita felice

Verso un nuovo Rinascimento

Silvia Garozzo

 http://http://www.psicologia-roma.net

 

Questo testo della dott.ssa Silvia Garozzo, psicologa e psicoterapeuta, se pur rigorosamente scientifico è abbastanza facile da leggere anche per chi si accosta alla Psicologia, senza avere conoscenze specifiche, si legge piacevolmente. E’ un libro per tutti giovani e meno giovani, colti e meno colti.

 

Affronta i temi delle nostre psicosi quotidiane con professionalità e nel contempo con un linguaggio semplice che chiarisce molti dei nostri punti di debolezza psicologica, la debolezza di una società in declino che sta raccogliendo oggi,  quanto seminato negli ultimi decenni di scelleratezza politica e sociale.

 

E’ utile per chi si accosta per la prima volta alla materia, con consigli pratici su come affrontare e cercare di risolvere i nostri problemi di origine psicologica; ad esempio quale tipo di terapeuta scegliere e che tipo di terapia.

Inoltre ci propone anche delle soluzioni alternative e alcune storie che aiutano

a capire che alcuni nostri disagi fisici possono far capo a problemi psichici non risolti.

 

Fondamentalmente ci consiglia di abbandonare tutti gli stereotipi del consumismo e dell’apparire anziché essere, per tornare a valori più concreti e di semplicità del vivere, rifiutando tutti quei modelli che oggi vengono offerti su piatti d’argento come se fossero indispensabili alla nostra esistenza.

 

L’introduzione del Prof. Cancrini è garanzia di serietà.




Questo è un articolo apparso, già  su Ecolamente e su LiberoLibroMacherio

 


 Associazioni di privati per la cultura 

L’Italia attraversa ormai da parecchi anni una crisi economica dalla quale non siamo ancora usciti. 

In alcuni momenti ci siamo avvicinati al default. E non è ancora finita. 

Però in qualche modo l’Italia è riuscita a convivere con la crisi, a depennare dalla sua vita alcuni comportamenti, a cambiare, sfruttando la crisi come occasione. 

Se la situazione non è precipitata, se i danni si stanno contenendo, non è merito dei politici, è merito degli Italiani e del loro modo di affrontare i problemi, di vivere la collettività: ne sono convinta! 

Semplicemente, penso che gli Italiani, più o meno consapevolmente, si siano organizzati. Certo molte persone vivono un disagio economico grossissimo, visibile e inaccettabile, molti non hanno lavoro, tutti tremano per il proprio futuro e per quello dei propri cari. 

Eppure, chi ha potuto risparmiare durante la propria vita lavorativa ha comprato la casa ai figli, una casa piccola, più piccola di quella che si era sognata; il welfare è stato riorganizzato e i nonni sono attivissimi nell’accompagnare nipotini a scuola o nell’assisterli durante le febbri stagionali; nelle banche del tempo ci si scambiano servizi essenziali; l’hand made è cresciuto in quantità e in qualità ed è diventato scambio, piacevole abitudine, regalo fra amici; altrettanto il riciclo, che spesso è diventato creatività, quando non arte; le domeniche non sono più, per molti, il pranzo al ristorante: divengono invece picnic presso fattorie attrezzate, dove i bambini possono giocare con gli animali e consumare la loro vivacità all’aria aperta, imparando nel frattempo qualcosa. Si potrebbe continuare. 

E sul piano della cultura? Già, perché la deriva culturale è assai più grave e devastante di quella economica, più difficile da combattere, specialmente in assenza di cultura della cultura (e non è un gioco di parole …). 

Nel nome della crisi e del risparmio, sono stati compiuti attacchi a varie attività culturali: si pensi a titolo di esempio ai molti teatri che hanno dovuto bloccare le loro produzioni, anche nelle grandi città. 

Intanto, è di questi giorni l’attacco alla scuola pubblica, attacco pesante e deliberato; alla scuola, che dovrebbe essere per sua natura base dell’educazione alla curiosità, alla conoscenza del bello, dell’abitudine al gusto, della capacità di scegliere. 

Anche qui gli Italiani si sono organizzati! 

Spesso sono iniziative piccole: un bar del centro di Roma offre cappuccino e cornetto a chiunque abbia speso almeno 15€ nella vicina libreria. Si sono formati gruppi di lettura. Esistono in tutta Italia librerie indipendenti meritevoli per patrocinare iniziative di contatti lettore-autore: ce n’è più di una alla periferia Sud di Roma, anche all’interno di centri commerciali. 2 


Accanto a queste, iniziative comunali per il book crossing (Municipio Roma IX ad esempio), iniziative cui i privati contribuiscono fornendo volumi già letti; la stessa iniziativa è in programma persino presso qualche parrucchiere per signora. 

Lo sviluppo negli ultimi anni delle associazioni culturali onlus su tutta la penisola e l’impegno che i soci (e non) profondono nelle attività portate avanti quasi sempre con mezzi propri, senza nessun tipo di finanziamento o di appoggio economico, è visibile ed efficace. 

Le associazioni, spesso costituite da amici, mettono in comune le proprie risorse, economiche (poche) ed umane (molte). La Brèche di via Virginia, ad esempio, per restare a Roma, parla al quartiere di pittura, di scultura, di creatività, organizza corsi gratuiti di lingue straniere o di utilizzo del PC, parla di argomenti scientifici, da sempre difficili e ostici, durante pomeriggi a tema, o della storia del Brasile, e via così, spingendosi sempre più oltre con la testardaggine di chi sa che è importante quello che sta facendo. L’associazione Fonte a Monte in Abruzzo promuove la conoscenza del territorio e la salvaguardia dell’ambiente. Ecolamente, ancora a Roma, si preoccupa di educare ad una vita sostenibile, informando grandi e piccoli sui pericoli, anche psicologici, dei nostri ritmi frenetici e suggerendo alternative naturalistiche e culturali. LiberolibroMacherio al Nord presenta libri in locali della zona, realizza e pubblica in rete video-recensioni di libri appena usciti, ma anche di classici della letteratura, collabora con alcune case editrici, indice concorsi letterari. 

E piano piano, la gente sta rispondendo. 

Nelle grandi città, e la mia Roma ne è l’esempio più calzante, fino a qualche anno fa al sabato pomeriggio si assisteva ad un esodo massiccio verso il centro, verso teatri, cinema, mostre: a Roma ovviamente le occasioni sono molteplici anche se costose. 

Eppure sta nascendo un’alternativa a questo tipo di cultura: d’accordo, per alcune persone è indispensabile assistere agli spettacoli più “in”, quelli imperdibili e poi poterne parlare con cognizione di causa, anche quando di fatto ci si è annoiati. Ma sta subentrando un’altra possibilità, quella di vivere, anche nella vasta periferia della capitale, la vita del proprio quartiere, scegliendo fra le iniziative che vi si svolgono. La gente apprezza. Vive piacevolmente occasioni sociali, che contribuiscono a non sentirsi soli, a scambiare idee od impressioni a caldo con lo sconosciuto della sedia accanto, capisce che vedere un film al cinema o in un’arena non è la stessa cosa che vederlo a casa in DVD, soprattutto si incuriosisce, è spinta a fare domande, a partecipare. 

E’ questo tipo di attività a “fare cultura” laddove la cultura languirebbe, a produrre il desiderio di conoscere o la voglia di discutere. E’ questo mettere in comune multilaterale che distingue queste attività da quelle tradizionali, laddove invece la trasmissione culturale, quando c’è, è unilaterale: dal palcoscenico alla platea, dal musicista al pubblico, dall’esperto di turno allo spettatore passivo. 

E così gli Italiani combattono la loro battaglia sul fronte della conoscenza e della propagazione del sapere, spesso senza alcun aiuto da parte delle istituzioni, o al massimo con un patrocinio comunale, quando c’è: un timbro su qualcosa creato e voluto da altri. 3 


Le associazioni che utilizzano siti web e blog spesso si consociano, mescolando le proprie prerogative e creando allacci e sinergie, manifestazioni a più mani. 

E ci vuole coraggio per far questo, per cercare di spegnere pian piano le televisioni negli appartamenti, sottofondo inutile e chiassoso specialmente nelle serate estive, monumento al nulla dei palinsesti che tutto fanno fuorché educare. 

Ma gli Italiani ce l’hanno il coraggio. 

Sandra L. Rebecchi 

Roma, 24 maggio 2015 




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Ho letto un articolo su Artribune relativo ad un'intervista di Matisse, che lui al momento non volle pubblicare e che ora è stata recuperata e pubblicata, ne propongo qui alcuni passi:

"......Ho finito per considerare i colori come forze da assemblare a seconda di come dettava l’ispirazione. I colori possono essere trasformati dai rapporti fra di essi; ossia, un nero diventa nero-rosso se messo vicino a un colore un po’ freddo come il blu di Prussia, mentre diventa nero-blu se posto vicino a un colore che abbia un fondo estremamente caldo: l’arancio, per esempio. Da quel momento ho cominciato a com- porre una tavolozza espressamente per ogni dipinto, il che mi consentiva di sopprimere dalla tela che stavo dipingendo uno dei colori primordiali, come un rosso, un giallo o un blu. Questo è l’'esatto contrario di ciò che prescrive la teoria del neoimpressionismo, basata sulla mescolanza ottica e sui vincoli imposti dai colori, perché ogni colore ha una sua reazione. Per esempio: se c’è un rosso, ci vuole un verde.

Insomma, i complementari.
Sì. In un dipinto, le reazioni dei colori neoimpressionisti comportavano dei dominanti. Questi dominanti creano reazioni, ma devono pur sempre restare dominanti.

Le sue reazioni mi sembrano essere di tutt’altro ordine; nella sua pittura, non sono subordinate.
Le mie reazioni non sono subordinate ai dominanti, ma raggiungono la loro stessa intensità.

Il che significa che non ci sono dominanti nella sua pittura?
Esatto. Tutti i colori cantano insieme; hanno la forza necessaria per creare il coro. È come un accordo musicale.

Ha riportato sulla scena le pan coloré, la superficie di colore uniforme.
Sì, un muro.

Trovo che sia una cosa essenziale per tutta l’'evoluzione della sua arte. Questo punto ci aiuta a capire sia il passaggio attraverso l’influenza neoimpressionista, sia ciò che lei è diventato una volta messe a frutto le sue doti di colorista. Si è anche parlato delle sue “opposizioni volontarie”. Nei suoi ricordi, il pittore Jean Puy, suo vecchio compagno, cita Il rapimento di Rebecca di Delacroix, che lei ha copiato in bianco e nero.
Quando ero incerto sul colore da applicare, usavo un nero puro e continuavo il mio dipinto finché non trovavo il colore che sostituisse il nero. In fondo, il mio nero era una forza, era addirittura un colore come un altro, solo che nel momento in cui lo usavo, nell’'attesa di trovare il colore giusto, lo consideravo una cosa un po’ neutra.

Henri Matisse, Icarus 1946 Maquette for plate VIII of the illustrated book Jazz 1947 Digital image: © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Dist. RMN-Grand Palais / Jean-Claude Planchet © Succession Henri Matisse/DACS 2014

Henri Matisse, Icarus 1946 Maquette for plate VIII of the illustrated book Jazz 1947 Digital image: © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Daist. RMN-Grand Palais / Jean-Claude Planchet © Succession Henri Matisse/DACS 2014

Il nero era un veicolo.
Sì. Quando c’è luce, si mette un colore scuro in opposizione a uno chiaro. Senza opposizione, non c’è luce. Un foglio di carta è bianco, è niente. Bisogna metterci dentro un rapporto; per metterci luce, ci vuole un nero. Durante una stagione a Collioure, ho cominciato a dipingere basandomi su una teoria o mania di cui parlava Vuillard, che al riguardo usava l’espressione “il tocco definitivo”. Osservando i lavori di quell’epoca di Vuillard e Bonnard, ho cercato di capire di cosa si trattasse e ho scoperto che questi pittori s’'imponevano di decidere quale colore usare per esprimere un oggetto e che poi si vietavano di tornarci sopra, di riprendere quel colore; potevano solo stendere un secondo colore, poi un terzo, un quarto, e non erano permessi pentimenti. Questo mi è stato molto utile perché, in base alla sensazione della colorazione di un oggetto, stendevo il colore, che era il primo colore della tela, poi ne aggiungevo un secondo e, se questo sembrava stridere con il primo, invece di riprenderlo ne mettevo un terzo, che avrebbe dovuto accordarli. Dovevo continuare in questo modo finché non avevo la sensazione di avere creato una totale armonia sulla tela, finché non avevo sfogato l’'emozione che mi aveva spinto a iniziare quel dipinto. E constatavo che molti punti della tela non erano coperti dal colore: il bianco della tela sembrava sufficiente accanto ai diversi colori e, grazie al contrasto, si giovava di quei colori per tingersi della complementarità del colore.

Questo spiega perché, nella sua Natura morta con busto di gesso e fiori del 1912, abbia lasciato trasparire in alcune parti il bianco della tela.
Era molto interessante, ma non potevo continuare su questa strada, perché un dipinto è per definizione una tela coperta di colori. E poi partivo sempre dal bianco. Avrei voluto partire da un fondo diverso dal bianco, ma non mi è mai riuscito. Credo che ciò dipendesse dal mio contatto con i neoimpressionisti, che consideravano il bianco il supporto della purezza e il punto di partenza di ogni creazione.
sQualche tempo fa ho incontrato Bonnard e gli ho parlato del “tocco definitivo”, ma lui è caduto dalle nuvole. È piuttosto curioso.

Pierre Courthion e Henri Matisse

Henri Matisse: l’intervista perduta con Pierre Courthion
a cura di Serge Guibault
Skira, Milano 2015
Pagg. 272, € 18
ISBN 9788857227160

www.skira.net


















 
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